Le Streghe di Benevento
Le noci di San Giovanni 
"... unguento unguento
mandame alla noce de Benevento
supra acqua et supra vento
et supra omne maltempo ".
Il noce è l’albero attorno al quale si riuniscono a convegno
le streghe nella notte di San Giovanni.
E’ proprio in questa notte che si devono raccogliere
dall’albero le noci, dette appunto di San Giovanni,
per la preparazione del nocino, il liquore ottenuto
dall’ infusione delle noci ancora immature nell’alcol
per qualche settimana, assieme a qualche aroma
come la cannella e i chiodi di garofano.
Il culto del noce come "albero delle streghe" è di origine druidica.
L’albero del noce era considerato sacro
per le streghe ma non per i contadini
che lo piantavano a distanza dagli altri alberi da frutto
perchè era radicata la credenza
che questo albero ermafrodita,
che puo’ raggiungere anche i 300 anni di età,
fosse velenoso e che la sua influenza negativa
contagiasse il terreno su cui poggiava.
Da qui l’usanza di piantarlo a distanza dagli altri alberi dell’orto.
La leggenda del noce
La leggenda del noce di Benevento risale al VII sec. d.C.
Si narra che i Longobardi, pur essendo stati convertiti al cristianesimo,
continuavano a conservare delle usanze pagane e ad adorare idoli
che facevano parte del loro bagaglio di tradizioni ataviche.
In particolare si racconta che adorassero la Vipera,
sia in forma di idolo d'oro, che serbavano nelle proprie abitazioni,
sia appendendo un serpente morto ad un albero:
in questo caso, i Longobardi passavano sotto il serpente morto
e gli toccavano la testa come segno di deferenza.
Secondo alcuni la Vipera che essi adoravano,
aveva due teste, secondo altri era alata.
Sicuramente il culto pagano dei barbari si innestava
sul culto di Iside, già presente a Benevento dove sorgeva
un tempio dedicato alla dea egizia. Iside, infatti,
era una divinità in grado di controllare i serpenti.
A quanto sembra, i Longobardi appendevano la pelle di un animale
ai rami del noce e poi, in groppa ai cavalli con la parte anteriore
del corpo rivolto verso la coda dell'animale, cavalcando velocemente,
in una specie di "quintana", dovevano strappare
con un'arma dei brandelli della pelle appesa all'albero,
tessuti organici che essi poi mangiavano.
L'ubicazione del noce di Benevento è controversa.
Secondo alcuni, esso nasceva sulle "ripe delle ghianare",
lungo il corso del fiume Sabato. Secondo altri esso
si trovava nello Stretto di Barba, secondo
altri ancora in una località chiamata "Voto"
(poiché i Longobardi sotto il noce facevano dei voti o li scioglievano).
Il noce fu fatto tagliare da san Barbato. Si narra tuttavia
che l'albero, anche se tagliato, sia rispuntato più volte nello stesso luogo.
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Ma se le streghe, quelle che volano
a cavallo di scope o animali, albergano solo nella fantasia,
a Benevento dal 1860 una Strega
con la “S” maiuscola esiste e costituisce
un prodotto di eccellenza dell’enogastronomia sannita.
Fu in quell’anno, infatti, che Giuseppe Alberti
decise di creare una fabbrica di liquori.
Consapevole del fascino e dell’interesse popolare
che ruotava intorno alla leggenda, mise in relazione
la nascita del suo liquore al mito popolare,
secondo cui esisteva un filtro d’amore preparato
dalle streghe per unire per sempre le coppie.
Questa è la genesi del liquore Strega,
la cui fama è tutt’oggi legata alla leggenda
e conserva un fascino sempre attuale.
La ricetta del “distillato di erba e magia”,
come recita uno slogan del liquore,
non a caso è segreta e viene tramandata
da generazioni nella famiglia Alberti.
La distillazione coinvolge più di 50 erbe
provenienti da varie parti del mondo:
erbe sannite (menta selvatica),
erbe mediterranee (lavanda, ginepro, corteccia d’arancio)
e spezie esotiche orientali (cannella, pepe di Jamaica, chiodi di garofano,
zafferano che ne dà il caratteristico colore giallo).
Mentre se le fasi di produzione
sono conosciute poiché comuni
alla maggior parte dei liquori,
ciò che è ignoto, e che rende la ricetta unica,
è il dosaggio delle singole erbe.



Porta San Giovanni a Roma
La notte di San Giovanni, a Roma,
fino al 1872 (anno in cui la festa fu soppressa dal governo italiano),
dopo l'Ave Maria veniva sparato un colpo di cannone
che dava inizio ai festeggiamenti. Chi voleva
si metteva in attesa del passaggio delle streghe,
sedendosi, con il mento appoggiato ad un bastone doppio,
con lo sguardo rivolto alla Santa Croce,
scrutando il cielo. Anche nelle notti più nuvolose,
il buon vino dei Castelli romani faceva il più del lavoro,
permettendo a tutti di avvistare streghe e fantasmi
delle grandi malvagie eroine capitoline,
come Lucrezia Borgia, la papessa Giovanna
e la famigerata donna Olimpia,
patrona dei corrotti e dei corruttori.
Quella sera poi, ci si trovava nelle osterie
per mangiare tutti insieme le lumache,
in modo da scongiurare futuri litigi ed appianare
insieme vecchie scaramucce. Le lumache inoltre,
in quanto animaletti cornuti, se mangiate in abbondanza,
scongiuravano anche il pericolo di essere traditi
propri amati. Il tutto si risolveva poi
nella generale allegria e fraternità, all'insegna
dei brindisi e della buona cucina.
Si riteneva che i quattro cornini delle lumache potessero essere fonte di discordia e quindi correva l’obbligo di nasconderli nello stomaco per bloccare tale rovinosa opportunità e poiché il piatto di lumache è piuttosto pesante accompagnarlo, per migliorarne la digeribilità, con un buon bicchiere di vino bianco, frizzantino e fresco è l’ideale.
Fuochi sulle montagne d’Europa
Il fascino della festa patronale dedicata a S. Giovanni
risiede ancora oggi nei fuochi che si accendevano
(e da qualche parte tuttora si accendono), facendo ardere
mucchietti di resina, per andare poi a osservarli da lontano, la sera.
A Firenze, sui tetti delle basiliche venivano posti
dei pentoloni di terracotta, pieni di grasso,
che producevano dei magnifici fuochi che era possibile vedere da lontano.
Nei campi venivano accesi dei focolari propiziatori,
per allontanare il maligno e proteggere i campi.
Le fiamme erano tenute in vita fino all'alba, momento
in cui si spegnevano per lasciar spazio al più importante dei fuochi:
il sole. E si credeva che la ragazza che, guardando
il sole all'alba, vi avesse visto la testa decapitata di San Giovanni,
si sarebbe sposata entro l'anno. Addirittura in Sardegna
si ritiene che il sole all'alba saltelli tre volte
prima di innalzarsi in cielo, come la testa di Giovanni Battista decapitato.
Ruote di fuoco
Per alcuni la festa di S. Giovanni sarebbe la trasformazione
di un antico culto solare (un riferimento preciso è reperibile nella festa romana
del 24 giugno indicata come “solstitium” o “campas”),
che rivela quindi radici profonde nella tradizione rituale precristiana.
Un esempio del culto solare in ambito agricolo è rappresentato
dal tradizionale gioco delle “ruzzole” praticato nell’Appennino modenese
(ma attestato con piccole varianti anche in altre aree).
Questa tradizione, che qualcuno vuole celtica e qualcun altro pre-celtica,
ha trovato la sua massima espressione nel lancio di grandi ruote
di legno accese e non di rado inghirlandate.
Il lancio delle ruote infuocate è ancora vivo
con le “cìdulis” delle Alpi orientali del Friuli; normalmente,
prima di lanciare la sua “cìdule”,
il lanciatore grida «vòdi cheste cìdule onor di...» (dedico questa ruota di fuoco in onore a...)
e accompagna l’esclamazione con il nome del santo festeggiato
(il rituale, rifiorito in tempi recenti, si può ripetere
anche in occasione dell‘Epifania e di vari santi patroni locali).
Queste ruote avvolte di paglia e incendiate, di cui si trova esempio
anche in altre aree europee e spesso collegate al falò rituale,
sono state interpretate come tentativi di ricostruzione simbolica del ciclo solare.
Le erbe di San Giovanni:
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ARTEMISIA
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RUTA
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AGLIO
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IPERICO |
iperico
(scacciadiavoli anti malocchio.
I suoi petali rossi erano ritenuti pregni del sangue del santo),
aglio pianta che protegge dalle creature malefiche.
( Il nome sanscrito dell'aglio significa i
nfatti "uccisore di mostri"), artemisia
(assenzio volgare consacrata a Diana-Artemide)
la verbena ( simbolo di pace e prosperità)
e la ruta detta anche "erba allegra", perché
è un'efficace talismano contro il maligno).
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